Non è stato immediato trovare una pratica teatrale di lettura per questa opera del grande drammaturgo irlandese, del quale nel 2006 ricorre il centenario della nascita.
La prigione di Krapp, nel fisico e nello spirito, è “musicata” dalla registrazione di se stesso di un tempo antecedente, ingabbiato ancora in un ricordo che diventa rimorso, rammarico, rimpianto o forse addirittura uno sdoppiamento di emozioni e di personalità, sia questo falso oppure reale.
Nell’analisi del testo due elementi apparentemente opposti: il movimento, Krapp è in continuo fermento mentre cerca le sue registrazioni, affannato tra cassetti e scivolate su bucce di banana, e l’immobilità nella fase di “ascolto” di se stesso, o meglio, di “un altro” se stesso. Da qui la chiave per un allestimento che usa un linguaggio universale del teatro, quello del corpo e dell’espressione corporea.
La registrazione stessa della sua voce diventa un momento scenico animato da una danza surreale, quasi clownesca, e nello stesso tempo comunicativa di una disperata immobilità.
Uno spettacolo particolare per la grandezza di testo, immortale nella sua attualità sulla solitudine umana, tradotto in un codice teatrale fruibile ed alla portata di tutti, nella forma e nell’espressività.
Quando l’uomo si camuffa sempre di più sotto le sue differenti pelli, appaiono nel teatro di Beckett i nostri corpi ingigantiti, anamorfici, i nostri corpi grotteschi ed allo stesso tempo la nostra morte e la nostra propria nascita.

N.d.r.

da “L’ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett

 

 

 

" L'ULTIMO NASTRO DI KRAPP "
INTEGRAZIONE - Note di regia.

 

 

E' il suo ultimo compleanno, chiuso nella propria tana, il vecchio artista è ormai giunto alla completa regressione, il cervello si è bloccato e dà comandi ripetitivi, istintivi, privi di senso come la vita stessa. Riascoltare la propria voce nelle registrazioni passate lo distacca sempre più dal suo stato umano, non si riconosce, non si accetta, la sua tana è il suo ultimo appiglio.
Non è possibile allontanarsi dalle indicazioni che l'autore dà alla messa in scena del testo. Ma la parola "tana" mi ha fatto immaginare un uomo abbandonato regredito ad animale. Tutto è sudicio, è sgradevole, è crap. La voce, la parola, sono ancora in luce e riempiono il silenzio, il resto è buio. Il personaggio si muove come un animale abbandonato ferito, deluso dalla vita, annaspa dentro ai suoi ricordi, non riconoscendoli. Il luogo dove Krapp agisce è la sua tana, il suo rifugio, dove si sente protetto dal resto del mondo: il buio.
 

 

 

 
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